Rete Voltaire | 2 maggio 2026
Il 27 aprile 2026 il Consiglio di Sicurezza ha esaminato la sicurezza marittima nel contesto del blocco dello Stretto di Hormuz.
Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha innanzitutto ricordato che nel Golfo Persico sono ancora bloccate oltre duemila navi e 20 mila marittimi non possono sbarcare.
Il segretario generale dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), il panamense Arsenio Dominguez, ha sottolineato che, in virtù della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare e il Diritto Consuetudinario, gli stretti internazionali «non possono essere chiusi da uno Stato costiero per ostacolare il commercio marittimo». Per di più, non esiste alcuna base giuridica che autorizzi l’imposizione di pagamenti, diritti di passaggio o misure discriminatorie, giacché questo tipo di pratiche creerebbe un «precedente pericoloso».
La Colombia ha tuttavia ritenuto che la Convenzione sul Diritto del Mare non sia adeguata a situazioni quali la chiusura dello Stretto di Hormuz; concepita per essere applicata in tempo di pace, non offre gli strumenti necessari quando insorgono conflitti.
Il Bahrein ha denunciato le «azioni deliberate» dell’Iran nello Stretto, che costituiscono, a suo avviso, una flagrante violazione del diritto internazionale.
La Liberia ha chiesto di considerare i principali punti di strozzatura marittima «zone di responsabilità condivisa». Su questa base, ha proposto l’istituzione di un meccanismo permanente indipendente di monitoraggio e verifica degli incidenti per garantire una segnalazione, in tempo reale e depoliticizzata, delle turbative che colpiscono il trasporto marittimo commerciale. «In un contesto offuscato da resoconti contraddittori, i fatti verificati costituiscono una forma di de-escalation» ha sostenuto.
La Francia ha precisato di stare portando avanti, in collaborazione con il Regno Unito e oltre 50 Paesi non belligeranti di Europa, Medio Oriente e Asia, un’iniziativa multinazionale indipendente e strettamente difensiva – da mettere in atto non appena le condizioni lo consentiranno – per proteggere le navi mercantili, rassicurare gli operatori del trasporto marittimo ed effettuare operazioni di sminamento nello Stretto. Un’iniziativa che risponde a tre esigenze: riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, ripristino delle condizioni di libero passaggio e divieto di qualsiasi restrizione che comporterebbe una privatizzazione dello Stretto.
L’Iran ha sottolineato che lo Stretto di Hormuz si trova in parte nelle sue acque territoriali. Per questo motivo ha adottato misure per impedire l’utilizzo di questa via strategica a fini ostili.
La Cina ha osservato che la «causa profonda» del blocco dello Stretto è legata alle azioni illegali di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Per uscire da questa impasse occorre giungere a una soluzione duratura per via diplomatica, ha raccomandato, congratulandosi con il Pakistan e gli altri mediatori che si stanno adoperando in tal senso.
La Russia ha sostenuto che, in tempo di guerra, «uno Stato costiero vittima di un’aggressione può limitare la navigazione nelle proprie acque territoriali per garantire la propria sicurezza»; indi si è scagliata contro i Paesi dell’Unione Europea che si comportano come «filibustieri del XXI secolo» catturando e abbordando navi mercantili, con il pretesto che fanno parte della flotta fantasma russa, in palese violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Ha inoltre fatto notare che i Paesi occidentali, che «sostengono tacitamente le azioni terroristiche di Kiev», adottano una posizione del tutto diversa riguardo alla navigazione nello Stretto di Hormuz. Ha anche sottolineato che nel diritto internazionale non esiste il concetto di “flotta fantasma”.
Il Marocco, ritenendo che i mari e gli oceani devono essere ponti e fattori di prosperità, e non di divisione, ha invece proposto di federare gli Stati africani della costa atlantica per farne un ideale di sicurezza piuttosto che una fonte di minaccia.











