L’11 marzo 2026 il Consiglio di Sicurezza ha adottato una risoluzione sulla guerra contro l’Iran in assoluta contraddizione con la definizione di «aggressione» dello stesso Onu.
La guerra israelo-statunitense-britannica contro l’Iran [1] ha profondamente segnato le Nazioni Unite e rivoluzionato il modo di affrontare il diritto internazionale. Prima si riteneva che il diritto internazionale fosse basato unicamente sul rispetto degli accordi sottoscritti e del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Ma col tempo ci si era anche abituati al fatto che Israele e Stati Uniti non potessero mai essere considerati fuorilegge.
Benché parli di «difesa collettiva legittima» d’Israele (sic), questo punto è stato spazzato via dalla sorprendente franchezza del presidente americano Donald Trump, secondo il quale peraltro l’Iran non minacciava gli Stati Uniti [2]. Finora Washington aveva spudoratamente mentito per tenere viva l’illusione del rispetto del diritto internazionale. Ci si ricordi delle menzogne di George W. Bush e di Barack Obama sugli attentati dell’11 Settembre e sulle armi di distruzione di massa irachene, dei massacri in Libia e in Siria, nonché delle guerre che ne seguirono.
Benjamin Netanyahu si è limitato a riprendere la sua trentennale geremiade sulla «testa della piovra», ovvero l’Iran. Non ha trovato di meglio che fare riferimento agli slogan iraniani – «Morte all’entità sionista!», «Morte agli Stati Uniti!» – per far credere che l’Iran vuole uccidere tutti gli israeliani e tutti gli statunitensi. Eppure, scandire lo slogan «Morte all’entità sionista!» non ha mai significato sperare nella morte dello Stato di Israele e della sua popolazione, ma solo mettere in discussione questo Stato, autoproclamato senza l’avallo delle Nazioni Unite e in contrapposizione con il progetto iniziale di uno Stato binazionale. Quanto al grido «Morte agli Stati Uniti!», significa che l’Iran mette in discussione la legittimità di uno Stato fondato sul massaro di milioni di autoctoni e sulla schiavitù di milioni di africani neri.
Ci si poteva aspettare che ogni membro dell’Onu affermasse che questa guerra è illegale, che secondo la definizione della Carta è un’aggressione. Nient’affatto! Nessuno, tranne la Corea del Nord, l’ha detto benché tutti lo pensino. Anche se questo atteggiamento è comprensibile, considerata la potenza militare degli Stati Uniti – una verità che nessuno ha voluto riconoscere – è evidente che questa vigliaccata collettiva avrà conseguenze.
Ma la cosa più rilevante è altra: non solo questa guerra costituisce di per sé un’aggressione e rinnega le firme di Tel Aviv e Washington, ma è anche condotta in modo «barbaro», ai sensi della Conferenza dell’Aia (1899). Netanyahu ha dichiarato di voler assassinare uno a uno tutti i leader religiosi, militari e politici dello Stato che considera proprio nemico. Crimini ripresi e consapevolmente accettati da Trump.
Finora gli Occidentali ritenevano l’assassinio di leader politici immorale e controproducente. Israele e Stati Uniti sono perfettamente consapevoli che si tratta di azioni controproducenti, ma se ne infischiano del loro carattere immorale [3]. Per 78 anni Israele ha ucciso i leader palestinesi. Ha fatto dei palestinesi un popolo di orfani e non può che prendersela con se stesso se non ha interlocutori con cui negoziare.
Tra l’altro, Israele ha raso al suolo la dimora dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida della Rivoluzione, e l’ha assassinato. È come se avesse bombardato il Vaticano e assassinato papa Leone XIV perché si oppone, come tutti i predecessori, alla creazione di un «impero ebraico», secondo l’espressione di Zwe’ev Jabotinsky (1880-1940), benché accetti che Israele e la Palestina siano «rifugio per gli ebrei di tutto il mondo», secondo l’espressione di Theodor Herzl (1860-1904).
Non c’è quindi da stupirsi se oggi si formano movimenti terroristici, come Harakat Ashab al-Yamin al-Islamia (HAYI) (Movimento Islamico del Popolo della Mano Destra), che piazzano bombe in Belgio, nei Paesi Bassi, nel Regno Unito e, forse, in Francia. Gli sciiti che hanno accettato il Velayat-e faqih hanno il dovere di vendicare il loro maestro spirituale.
Come se non bastasse, Netanyahu e Trump se la prendono ora con i civili iraniani [4], gli stessi che ieri esortavano a «rovesciare il regime» (sic). Peccato che gli iraniani, lungi dal lasciarsi convincere dalla propaganda occidentale – secondo cui i Guardiani della Rivoluzione avrebbero massacrato 40 mila loro compatrioti – si siano arruolati in massa… nei Guardiani della Rivoluzione per tenere in scacco gli aggressori.
Le feroci operazioni contro i civili sono iniziate con i bombardamenti delle riserve di idrocarburi di Teheran, che hanno rilasciato «ossido di zolfo e d’azoto», provocando piogge acide [5].
Chi ha capito che Netanyahu e Trump stanno conducendo un’aggressione illegale contro l’Iran, comportandosi da barbari, assassinando leader e mirando deliberatamente a obiettivi civili, non può non rendersi conto che l’Iran è nel pieno diritto di reagire al trattamento che subisce.
Con questa guerra si è fatta una grande scoperta: il diritto internazionale prevede che gli Stati aggrediti possano reagire contro l’aggressore non solo sul loro proprio territorio, ma anche colpendo le basi militari del nemico che dall’estero partecipano all’aggressione, nonché contro gli Stati terzi che ospitano queste basi [6]. Mai, dalla creazione delle Nazioni Unite, uno Stato aggredito aveva reagito attaccando il proprio aggressore (o i propri aggressori) sul territorio di uno Stato terzo. Il mondo intero non aveva considerato questo tipo di risposta, particolarmente efficace nell’éra della globalizzazione economica [7].
Gli stessi membri del Consiglio di sicurezza avevano dimenticato la definizione di aggressione, adottata dall’Assemblea Generale all’unanimità, senza votazione, il 14 dicembre 1974: l’11 marzo 2026 hanno adottato la risoluzione 2817 che «condanna con la massima fermezza gli attacchi inaccettabili perpetrati dalla Repubblica Islamica d’Iran» contro i sei Stati del Golfo e la Giordania. Senza rendersene conto hanno votato un testo che contraddice le loro stesse firme e quindi il diritto internazionale.
Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Oman e Qatar sono stati trascinati in questa guerra contro la loro volontà. Questi sette Stati – nonché, come detto, il Consiglio di Sicurezza – hanno in un primo momento reagito senza preoccuparsi di capire prima che cosa accadeva. Hanno presentato denuncia al Consiglio di sicurezza. Poi, dopo vari scambi di lettere, hanno dovuto ammettere che l’Iran agisce in pieno diritto e che il Consiglio aveva dimenticato che la Risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 14 dicembre 1974 portava la loro firma. Le loro proteste sono diventate meno virulente e più vaghe. Tutti questi Stati, che avevano accettato di ospitare basi militari statunitensi per garantire la propria sicurezza, ora si ritrovano presi in trappola proprio a causa della presenza di queste basi.
Si può reagire in diversi modi per sciogliere questa contraddizione: dichiarare inadeguato il diritto internazionale; ma in tal caso chi li proteggerà in futuro? Oppure dichiarare che gli Stati Uniti agiscono senza preoccuparsi di metterli in pericolo; ma come affrancarsi dal prezioso protettore?
Nel momento in cui scriviamo, al Consiglio di Sicurezza sono state scambiate oltre 80 lettere, ma nessuno di questi sette Stati ha risolto il dilemma: optare per il diritto internazionale o per le basi militari straniere? Bisogna fare una scelta.
Non riuscendo, al pari degli altri, a conciliare l’inconciliabile, il Sultanato dell’Oman «invita il Consiglio di Sicurezza a esercitare le responsabilità che gli competono, procedendo a una valutazione globale e imparziale delle cause profonde di questa crisi affinché possano essere affrontate alla radice e non solo in superficie» [8].











