di Manlio Dinucci
L’operazione “Epic Fury” avrebbe dovuto rappresentare il culmine della riorganizzazione del Medio Oriente annunciata da Benjamin Netanyahu. Gli Stati Uniti vi hanno aderito senza esitazione. Dopo un mese di combattimenti, l’Iran non solo continua a resistere, ma intende imporre le proprie condizioni. Con le munizioni in esaurimento e i soldati sfiniti da una serie di guerre su sette fronti, Tel Aviv sta valutando una possibile escalation: un bombardamento nucleare dell’Iran potrebbe essere la soluzione?
Rete Voltaire | Roma (Italia) | 28 marzo 2026
L’ “Operazione Furia Epica”, scatenata dagli Starti Uniti contro l’Iran, si è aperta il 28 febbraio con la strage di 175 bambine e insegnanti quando un missile ha colpito una scuola elementare di Teheran.
Alla domanda di un giornalista del New York Times se erano stati gli Stati Uniti a colpire la scuola, il presidente Trump ha risposto: “No. Secondo me e in base a ciò che ho visto, è stato fatto dall’Iran”. Il segretario della Guerra Pete Hegseth ha aggiunto: “L’unica parte che prende di mira i civili è l’Iran”. Una serie di prove raccolte dal New York Times – tra cui immagini satellitari e altri video verificati – dimostra che la scuola elementare iraniana è stata colpita da un missile Tomahawk statunitense. Un rottame del missile che ha colpito la scuola reca la scritta “Made in USA” e il nome “Globe Motors”, un produttore con sede in Ohio.
Il Pentagono ha comunicato che, nei primi sette giorni dell’Operazione Furia Epica, sono stati colpiti in Iran oltre 3.000 obiettivi con migliaia di bombe e missili. Le forze impiegate comprendono bombardieri strategici e cacciabombardieri, aerei per la guerra elettronica, droni spia e da attacco portaerei e unità lanciamissili, più altri armamenti che lo stesso Pentagono dice di non poter elencare perché segreti. Trump annuncia ora un possibile invio di truppe statunitensi in Iran per “mettere al sicuro le scorte di uranio arricchito del Paese”. Ha dichiarato ai giornalisti: “Inviare truppe in Iran? Non l’abbiamo ancora fatto, ma è qualcosa che potremmo fare. Se lo facessimo, gli iraniani sarebbero così decimati che non sarebbero in grado di combattere a terra. A un certo punto forse lo faremo. Sarebbe una cosa fantastica”. E senza mezzi termini Trump dichiara che dovrebbe essere lui, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, a scegliere chi deve essere al governo dell’Iran.
Il costo economico della guerra è enorme. Il Pentagono ha comunicato che i primi sei giorni della Operazione Furia Epica sono costati agli Stati Uniti più di 11 miliardi di dollari. Basti pensare che una sola delle migliaia di bombe plananti a guida satellitare usate nel bombardamento dell’Iran ha un costo che, tradotto in euro, equivale all’ammontare di 25 salari medi annui lordi in Italia. La crescita della spesa militare statunitense, che Trump intende portare da 1.000 a 1.500 miliardi di dollari annui, fa da volano alla crescita della spesa militare dei paesi europei della NATO: quella dell’Italia, che già supera la media di 120 milioni di euro al giorno, deve presto salire secondo gli impegni presi nella NATO a oltre 300 milioni di euro al giorno. A ciò si aggiunge l’aumento del costo del petrolio, provocato dalla guerra, che ha superato i 100 dollari al barile, con un conseguente aumento del costo della vita. Questi e altri meccanismi innescano una crisi economica di portata mondiale.
Contemporaneamente l’Operazione Furia Epica accelera fortemente il rischio di guerra nucleare. Israele – a cui gli Stati Uniti stanno fornendo altre 12.000 bombe da 1.000 libbre da usare contro l’Iran e il Libano – sta sperimentando il fatto che i sistemi anti-missile fornitigli dagli Stati Uniti non sono così infallibili come era stato annunciato. Diversi missili iraniani riescono a superarli colpendo città ed altri obiettivi in Israele. L’impatto è forte, più che in termini di danni e vittime, su quello psicologico della popolazione. A questo punto cresce la possibilità che Israele, unico paese del Medio Oriente in possesso di armi nucleari, possa usare un’arma nucleare contro l’Iran. Si parla ormai apertamente, sulla stampa israeliana, della “Opzione Sansone”. Così essa viene descritta dal Times of Israel: “L’opzione Samsone è una dottrina governata dalla logica della sopravvivenza: quando tutti gli altri deterrenti hanno fallito e quando è in gioco l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Per ora, le condizioni per la sua attivazione non ci sono. Ma lo scenario sta cambiando. Una escalation imprevista o un attacco con un gran numero di vittime potrebbero cambiare i calcoli dall’oggi al domani. L’opzione Sansone prevede l’uso della forza nucleare come misura difensiva estrema di Israele. Ma a differenza del Sansone biblico, che morì insieme ai suoi nemici, Israele – sebbene forse condannato diplomaticamente – rimarrebbe vivo, integro e ancora in grado di difendere il proprio diritto all’esistenza.”











