marzo 2026: manifestazione a Teheran a favore della Repubblica Islamica.
Questo articolo fa seguito a:
– “Israele-Iran: lo scontro”, 17 giugno 2025.
– “I retroscena della Guerra dei 12 giorni”, 1 luglio 2025.
– “L’Iran sull’orlo dell’implosione”, 10 febbraio 2026.
Gli attacchi israeliani e poi statunitensi all’Iran del 28 febbraio sono ampiamente commentati dai media internazionali. È sorprendente constatare che la maggior parte dei giornalisti non conosce il Paese e interpreta gli eventi in una chiave di lettura superata. La maggior parte di loro ha in mente le relazioni privilegiate tra Tel Aviv e Washington. Alcuni hanno anche rispolverato l’analisi di John Mearsheimer e Stephen Walt, che dimostra come la lobby israeliana controlli il Congresso statunitense.
Purtroppo questa analisi risale al 2007. Ora i protagonisti sono altri.
• Israele è diventato uno Stato autoritario, governato non più da sionisti (che si richiamano a Theodor Herzl), ma da sionisti revisionisti (discepoli di Vladimir Jabotinsky). È un fatto che Israele pratica la tortura, ha massacrato decine di migliaia di civili di Gaza e previsto di trasferire con la forza chi è rimasto.
• Anche il movimento sionista cristiano è cambiato. Dopo l’assassinio di Charles Kirk, tra i cristiani statunitensi sta prendendo piede un movimento antisraeliano.
• Anche il Congresso americano si è trasformato. Dopo il Tea Party [movimento emerso nel 2009, ndt], il Partito Repubblicano è stato preso d’assalto dai jacksoniani. Il finanziamento delle loro campagne elettorali è sempre meno assicurato dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e sempre più dai trumpisti.
Ma è cambiato soprattutto il mondo: la supremazia militare degli Stati Uniti non esiste più. Ora la potenza più forte è la Federazione Russa. Il presidente Trump sta cercando con ogni mezzo di salvare il proprio Paese dalla bancarotta e dalla guerra civile. Si sta ritirando nel continente americano, sperando che Groenlandia e Islanda decidano di farne parte. Finge di disporre di mezzi finanziari illimitati, ma intanto taglia con discrezione le spese dell’“impero americano”. Il sostegno statunitense all’Europa è previsto finisca a metà 2027, quello a Israele nel 2035.
Il presidente Trump affronta la questione israeliana condizionato da diversi fattori.
• I racconti mitici della creazione degli Stati Uniti e di Israele, due Stati “voluti da Dio”, che illuminano il mondo come “luci sulla collina”.
• L’antipatia personale nei confronti di Netanyahu, che lo tradì sostenendo Hillary Clinton e Joe Biden.
• Il bisogno dell’aiuto di grandi finanzieri della diaspora ebraica per far fronte al fallimento del Paese.
Il presidente Trump non ha appoggiato l’attacco israeliano contro l’Iran del 13 giugno 2025 (Operazione Leone Nascente). Ha aspettato il 21 giugno per lanciare l’Operazione Martello di Mezzanotte. Con bombe penetranti in un solo giorno ha danneggiato, se non distrutto, i siti nucleari iraniani, sottraendo ogni giustificazione all’azione israeliana. In questo modo ha tagliato l’erba sotto i piedi ai sionisti revisionisti che chiedevano a Israele di bombardare con armi nucleari l’Iran.
In agosto-settembre 2025 Trump ha agito nello stesso modo con Gaza. Ha improvvisamente affermato che Israele non avrebbe annesso il territorio palestinese, ma che gli Stati Uniti lo avrebbero trasformato in una “riviera”. Sebbene la relazione causa-effetto non sia stata evidente, Trump ha in questo modo costretto Israele a fermare il massacro dei gazawi e ad accettare di far entrare gli aiuti umanitari nell’enclave palestinese. Il tasso di mortalità è drasticamente diminuito in pochi mesi e ogni giorno vengono distribuiti 4.200 camion di aiuti. Certo, il problema non è risolto, ma da 80 anni tutti i governi statunitensi e tutti gli Stati del mondo avevano fallito nel soccorrere i palestinesi. Il risultato è senza dubbio deludente, ma perlomeno Trump ha agito, tutti gli altri si erano limitati a parlare.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran La Guida della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei, si è a lungo opposto alla ripresa dei negoziati ritenendo non fosse possibile discutere con Trump dopo il suo ritiro unilaterale dall’Accordo del JCPoA.
L’oggetto dei negoziati intrapresi da Steve Witkoff e Jared Kushner con l’Iran non è chiaro. Sappiamo solo che:
• Gli Stati Uniti hanno offerto all’Iran combustibile nucleare gratuito per un programma civile, senza limiti di tempo, in cambio dell’abbandono del programma di arricchimento dell’uranio. La Russia ha proposto di immagazzinare sul proprio territorio l’uranio iraniano già arricchito al 60%. L’Iran ha respinto entrambe le profferte.
• Gli iraniani hanno rifiutato di discutere dei missili e del finanziamento a gruppi stranieri alleati. Avevano buone ragioni per rifiutarsi di discutere dei propri missili balistici, che potrebbero certamente trasportare armi nucleari, se l’Iran ne avesse, ma che oggi trasportano solo armi convenzionali. Più difficile invece era rifiutarsi di affrontare l’argomento dei missili ipersonici, dato che gli Stati Uniti non ne posseggono e non sono in grado di intercettarli. Riguardo ai gruppi alleati da loro finanziati, gli iraniani non potevano sperare di scavalcare la sovranità di Libano e Iraq finanziando Hezbollah libanese e Hachd al-Chaabi iracheno.
Pur con la più buona volontà al mondo, i negoziatori statunitensi si sono scontrati con manovre diversive. Per trascinare i colloqui, Abbas Araghtchi ha gentilmente spiegato, con modi molto iraniani, che l’Iran ha bisogno di una quantità molto rilevante di uranio debolmente arricchito. Ha presentato un elenco di sette pagine degli usi che ne fa l’Iran, tra cui la fabbricazione di medicinali. Ma gli statunitensi hanno verificato che l’Iran non ha mai usato uranio a questo scopo. La fiducia è quindi venuta meno.
Perché Israele ha attaccato l’Iran? Israele sta cercando di rovesciare la Repubblica Islamica e restaurare la monarchia. Tel Aviv coltivava rapporti di amicizia con lo scià Reza I Pahlavi, sebbene non mancasse anche una forte rivalità. Due anni fa il Mossad ne ha riesumato il figlio, Reza II Pahlavi [1]. Lo ha lanciato sui media internazionali e in alcune manifestazioni in Iran.
È risaputo che l’annientamento dell’Iran, il più importante rivale regionale di Israele, è da quarant’anni un’ossessione personale di Netanyahu.
Per inciso, si noti che questa è la seconda volta che Israele si assimila all’imperialismo iraniano, il cui simbolo è il leone: l’operazione di giugno è stata chiamata Leone Nascente (Rising Lion), l’operazione in corso si chiama Ruggito del Leone (Lion Roar).
L’obiettivo di Israele è annientare la ricerca nucleare civile per garantire che le compagnie petrolifere e del gas iraniane si trovino esse stesse a dipendere da un’altra fonte energetica. Lo affermava Netanyahu già nel 2011: «La nostra missione principale è impedire che un regime islamista militante si doti di armi nucleari o che armi nucleari finiscano nelle mani di un regime islamista militante. Il primo è l’Iran, il secondo è il Pakistan, più precisamente nell’ipotesi che i talebani conquistino il Pakistan (…) Quindi, la prima cosa da fare è impedire loro di ottenere armi nucleari. Questa è la nostra prima missione, la seconda è trovare un sostituto al petrolio» [2] .
Perché gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran? Gli Stati Uniti, tutt’ora protettori di Israele, non hanno inviato truppe nella zona per attaccare l’Iran, ma per proteggere la popolazione iraniana dalla prevedibile risposta del loro Paese. Il Pentagono ha dispiegato un gruppo navale nel Golfo Persico, per proteggere le proprie basi militari, e un secondo al largo di Israele, per proteggere quest’ultimo.
L’intervento statunitense cui stiamo assistendo, Furia Epica ( Epic Fury ), non è stato previsto di lunga durata. Non è coordinato con quello di Israele. Non esiste uno stato-maggiore comune e la maggior parte dei soldati statunitensi è ormai contro Israele.
Gli Stati Uniti possono distruggere il sito di produzione dei missili ipersonici e uccidere alcuni leader. Tutto qui. Non intendono né imporre la restaurazione dello scià né annientare la ricerca nucleare iraniana sulla fusione.
Intervengono solo per impedire a Israele di giungere al punto di usare l’arma atomica, come accadde nove mesi fa con l’Operazione Martello di Mezzanotte.
La preparazione dell’opinione pubblica Dopo l’inizio delle operazioni degli Stati Uniti in Iran, il fallimento della banca Ayandeh a ottobre e le successive manifestazioni contro la fame, il presidente Trump ha annunciato che non avrebbe permesso al governo iraniano di massacrare il proprio popolo. Tuttavia è apparso subito chiaro che la minaccia non sarebbe stata messa in atto [3]. Washington ha ripreso i negoziati con l’Iran senza tuttavia precisare che cosa intendesse negoziare. Il dipartimento di Stato, per il quale lo scià Reza II è un burattino del Mossad, si preoccupava esclusivamente dello sviluppo dei missili ipersonici di Teheran. Consapevole che questa preoccupazione non sarebbe stata popolare, ha ripiegato sulle accuse israeliane della bomba atomica iraniana e le ha riprese.
Tuttavia, non esiste alcun programma nucleare militare iraniano dal 1988 [4]; fatto confermato da Russia e Cina durante i negoziati del JCPoA (2013-2015) e ancora oggi dalla Russia, che partecipa al programma civile iraniano. Ci si ricordi inoltre che, agli inizi del secondo mandato di Trump, la direttrice nazionale dell’intelligence, Tulsi Gabbard, il 24 marzo 2025 in un’audizione al senato ha affermato che il programma nucleare militare iraniano era solo un’illusione. Lo ha persino scritto nella relazione annuale di sintesi sulle minacce agli Stati Uniti [5].
Per alimentare il timore della bomba iraniana, Steve Witkoff il 22 febbraio 2026, durante il programma My View di Fox News, ha dichiarato che l’Iran dispone di scorte di uranio arricchito al 60% che gli consentirebbero di fabbricare un’arma nucleare in una settimana [6].
«Data la potenza marittima e navale che schieriamo in quell’area, perché non sono venuti a dirci “Non vogliamo armi nucleari, vi dimostriamo cosa invece facciamo”?» ha continuato Witkoff.
Il vicepresidente JD Vance ha rincarato la dose. Il 26 febbraio ha dichiarato: «L’Iran non può avere l’arma nucleare. Se cercano di costruire un’arma nucleare, questo ci crea problemi. In realtà abbiamo trovato prove che hanno cercato di fare proprio questo» [7].
Parole in netto contrasto con le precedenti dichiarazioni del presidente Trump, secondo cui l’Operazione Martello di Mezzanotte aveva «annientato» il programma nucleare iraniano. Nessun media ha rilevato il mutamento di retorica.
La preparazione delle operazioni militari Per un mese e mezzo la propaganda ha continuato a mostrare lo schieramento di forze statunitensi attorno all’Iran. Sarebbe bastato osservare per constatare che non minacciavano il Paese, ma miravano a proteggere le basi statunitensi nel Golfo Persico e il territorio israeliano.
L’attacco coordinato ma non congiunto poteva cominciare dopo che tutte le armi statunitensi fossero state posizionate e Narendra Modi, primo ministro indiano, avesse lasciato Israele.
Alla scadenza del termine di dieci giorni fissato da Trump, ma due giorni prima della ripresa dei negoziati di Vienna, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele informazioni di primaria importanza. Trump ha dunque mantenuto la parola data all’Iran, ma al tempo stesso lo ha ingannato facendogli credere che avrebbe inviato negoziatori a Vienna.
Il duplice attacco israeliano e statunitense Il primo obiettivo di Israele era la residenza dell’ayatollah Khamenei, dov’era prevista una riunione dei principali dignitari del regime. Informate dalla CIA, le Forse di Difesa israeliane (FDI) hanno lanciato una serie di bombe convenzionali fino a scavare un tunnel che permettesse loro di raggiungere il bunker sotterraneo ove si svolgeva la riunione. Le FDI hanno colpito contemporaneamente altri obiettivi politici e preso di mira altre due riunioni di comando.
È solo dopo la morte del Guardiano della Rivoluzione islamica che gli Stati Uniti entrano in gioco, con l’obiettivo di contenere l’espansionismo israeliano.
La stampa internazionale riprende le parole di Richard Haass, presidente onorario del Council on Foreing Relations (CFR): «È una guerra frutto di una scelta… Non era una guerra che eravamo obbligati a intraprendere ora. Non è che l’Iran abbia superato una nuova soglia e sia diventato un pericolo imminente. Si tratta di un attacco preventivo… Non è una guerra di necessità».
Il presidente Trump tiene un discorso in cui annuncia un «cambio di regime», come auspicano i suoi nemici, gli straussiani, che può essere interpretato come un cambiamento completo della sua politica, oppure come una concessione agli alleati israeliani. Per ora non ne sappiamo nulla.
L’assassinio di Ali Khamenei Dobbiamo capire la gravità dell’assassinio di Ali Khamenei. Era il capo supremo degli sciiti. Qualunque cosa si pensi di lui, la sua morte non è solo un fatto politico, ma anche una guerra di religione. Chiediamoci come reagiremmo se Israele bombardasse il Vaticano e assassinasse papa Leone XIV, sostegno dei cattolici palestinesi.
Ali Khamenei non era un poeta e un pensatore paragonabile a Ruhollah Khomeini. Ma ha sempre voluto seguirne le orme. Purtroppo era invecchiato male. Sedici anni fa negoziò in segreto con il presidente statunitense Barack Obama per allontanare Mahmoud Ahmadinejad e impedire al suo delfino di candidarsi alle elezioni presidenziali. Fece arrestare, processare in segreto e incarcerare i suoi principali collaboratori a vantaggio del corrotto Hassan Rohani e poi del fanatico Ebrahim Raïssi.
Comunque sia, per quanto si possa avere un giudizio negativo su ciò che era diventato Ali Khamenei (86 anni), assassinare un leader religioso di tale levatura è un crimine che sconvolge tutto il Medio Oriente.
Israele ha eliminato i suoi tre principali avversari nello stesso modo: Yahya Sinwar (Hamas), Hassan Nasrallah (Hezbollah) infine Ali Khamenei (Iran). Tre leader estremamente diversi tra loro, ma tutti contrari alla creazione di uno Stato esclusivamente ebraico in Palestina.
La risposta iraniana La risposta iraniana appare estremamente confusa. I Guardiani della Rivoluzione (noti come Pasdaran) hanno colpito in ogni direzione: su Israele e sulle basi statunitensi della regione, dalla Giordania al Qatar.
È una reazione assurda:
• Il Qatar è un alleato ideologico sunnita della rivoluzione islamica iraniana. I due Paesi hanno lo stesso linguaggio teologico.
• Anche il Kuwait è un alleato dell’Iran, cui ha prestato aiuto durante l’epidemia di Covid-19. Certo, oggi esiste una controversia sul giacimento di gas di Durra.
• L’Arabia Saudita è stata sicuramente un risoluto nemico della Repubblica Islamica, ma è diventata un alleato dopo la riconciliazione negoziata dalla Cina tre anni fa.
• Gli Emirati Arabi Uniti sono alleati economici indispensabili all’Iran e viceversa. Dubai, che è una città in parte iraniana, ha potuto costruirsi solo grazie al ruolo svolto nell’aggiramento delle misure coercitive unilaterali (impropriamente chiamate sanzioni) degli Stati Uniti contro l’Iran.
• L’Oman ha sempre fornito un prezioso aiuto diplomatico all’Iran. È in Oman che dal 2013 gli Stati Uniti hanno discusso indirettamente con l’Iran.
• Negli ultimi cinque anni le relazioni tra Iran e Giordania sono mutate. È stato ipotizzato un possibile transito di petrolio iraniano attraverso l’Iraq. Tale possibilità sembra essere stata frenata dalla presenza di informatori iraniani tra gli emissari petroliferi iracheni. La Giordania è l’unico Stato oggi bombardato dall’Iran nei confronti del quale Teheran potrebbe trovare giustificazioni per attaccare.
I bombardamenti iraniani potrebbero non essere il risultato di un coordinamento: i canali di comunicazione tra le diverse basi missilistiche potrebbero essere stati distrutti dall’aviazione israeliana e statunitense. In ogni caso, sembrano iniziative che non mirano a difendere la popolazione, ma solo a prolungare il regime.
Le paradossali conseguenze degli interventi israeliani e statunitensi La violenza ha spesso effetti perversi. Ali Khamenei era il custode dell’insegnamento dell’imam Khomeini. In questa veste vigilava, tra l’altro, a che l’Iran non si dotasse di armi di distruzione di massa, nel rispetto di una fatwa emanata nel 1988, quando, durante la guerra imposta dall’Iraq all’Iran, il presidente iracheno Saddam Hussein fece lanciare missili chimici contro il nemico. Quella battaglia causò morte e malattia a moltissimi iraniani. Khomeini ne trasse una lezione: uno Stato islamico non dovrebbe mai ricorrere ad armi di distruzioni di massa che uccidono indiscriminatamente molte persone.
Con questa interpretazione dell’islam, Khomeini mise fine al programma nucleare che lo scià portava avanti con la Francia. Khamenei ne ha seguito l’esempio, ma oggi l’Iran è senza guida. Forze nazionaliste non hanno fatto mistero di volere una Persia dotata di armi nucleari, giustificando la loro scelta con l’esempio della Corea del Nord: uno Stato sempre in guerra con gli Stati Uniti, ma che questi ultimi ora non osano più attaccare.
L’Iran dispone attualmente di un elevato numero di ingegneri nucleari. Non sarà difficile per i fautori della bomba formare un team per portare a termine il progetto. Si stima che nel Paese vi siano 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60%. L’Iran dispone ancora delle centrifughe necessarie per arricchire ulteriormente questo uranio e raggiungere l’arricchimento al 98%.
Paradossalmente, l’assassinio di Ali Khamenei, falsamente giustificato con la necessità di fermare un programma militare nucleare inesistente, lo rende invece attuabile.











