Spille da giacca in vendita alla boutique dell’UE a Bruxelles.
L’Unione Europea è rimasta sconvolta:
– dal gioco ambiguo di Washington con Mosca riguardo all’Ucraina;
– dal Consiglio di Pace creato dal presidente Trump;
– dall’operazione Absolute Resolve contro il presidente venezuelano Maduro e sua moglie;
– dalle pretese statunitensi sulla Groenlandia.
La Ue ha capito in ritardo che il presidente Trump non stava scherzando quando, durante il suo primo mandato, disse agli europei che avrebbero dovuto provvedere da soli alla loro sicurezza. Anche il vicepresidente JD Vance era serio quando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha dichiarato che ciò che lo preoccupa «è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America» [1]..
In questo contesto, i membri dell’Unione Europea (da non confondersi con gli Stati europei, termine geografico e culturale che include la Russia) hanno ricevuto la mazzata della Strategia di sicurezza nazionale 2026 [2], in cui è scritto a chiare lettere che in trentacinque anni (cioè non dal Trattato di Maastricht, ma dal completamento del mercato interno) la produzione Ue è scesa dal 25 al 14% della produzione mondiale. «Ma questo declino economico è surclassato dalla prospettiva molto reale e molto più cupa della scomparsa della loro civiltà». Il riassestamento dell’Europa dipende dal controllo dell’immigrazione (alcuni Stati potrebbero presto avere una maggioranza di cittadini non-europei) e dalla rinuncia «alla sterile ossessione per una regolamentazione eccessiva» [3].
Solo due opzioni sono state offerte alla Ue:
– Quella di Mark Carney, primo ministro canadese, nonché ex governatore della Banca d’Inghilterra, secondo cui gli Occidentali devono prendere atto che «l’ordine internazionale fondato su regole» era solo una bugia di cui hanno approfittato. Oggi le relazioni internazionali vanno completamente ricostruite [4].
– Quella di Mark Rutte, segretario generale della Nato, nonché ex primo ministro dei Paesi Bassi, secondo cui nulla è perduto poiché gli ucraini stanno vincendo sulla Russia (?), ma gli europei dell’Unione devono prendere atto che la Ue non può da sola garantire la loro sicurezza. La Ue deve investire di più nella difesa, pur rimanendo nella Nato [5].
Su questa base, l’Unione europea ha deciso:
– di rimanere nella Nato il tempo necessario all’acquisizione di mezzi militari, senza tuttavia illudersi sulla persistenza del legame atlantico (anche se sono in molti a pensare che Trump perderà le elezioni di medio termine di novembre);
– di investire massicciamente nella difesa, cioè passare dal 2,5% del PIL al 5 o addirittura al 10% in pochi anni;
– di moltiplicare i partenariati con potenze diverse dagli Stati Uniti. Da qui la conclusione improvvisa degli accordi di libero scambio Ue-Mercosur e Ue-Bahrat.
Non appena i federalisti europei sono venuti a conoscenza delle intenzioni del presidente Trump, ovvero alla fine del 2025, hanno scritto una lettera al presidente del Consiglio europeo, António Costa [6].
Per raggiungere una «sovranità strategica reale di fronte alla rottura transatlantica» i federalisti propongono di:
– sospendere il Patto di Turnberry del 21 agosto 2025, che ha fissato le condizioni accettate dalla Ue per evitare dazi doganali proibitivi negli Stati Uniti;
– attuare le contromisure da 93 miliardi di euro preparate in risposta all’escalation di aprile 2025;
– attivare lo strumento anti-coercizione;
– porre sotto comando europeo le truppe schierate nell’Artico;
– sostituire i satelliti statunitensi di protezione della Ue;
– attivare l’articolo 42.2 del Trattato europeo (difesa comune);
– abbandonare la regola dell’unanimità.
Da quando questa lettera è stata diffusa, a Bruxelles si susseguono riunioni. La burocrazia europea sta cercando di concretizzarne i contenuti. Bisogna essere consapevoli che, storicamente, ogni volta che la Ue ha affrontato una crisi politica ha reagito sempre allo stesso modo: seguendo il programma dei federalisti. Se durante la guerra fredda questo era un riflesso logico – giacché prima la CECA, poi le Comunità europee, infine l’Ue erano strutture sostenute dal “fratello maggiore”, gli Stati Uniti – oggi non è così. Gli Stati Uniti non sono più il “fratello maggiore” dell’Europa occidentale, ma un partner come gli altri. Il federalismo europeo, uno degli obiettivi delle clausole segrete del Piano Marshall, non ha più ragione di essere.
Alla fine della seconda guerra mondiale i britannici (che avevano fondato la CECA senza entrarvi) volevano trasformare l’Europa occidentale in una cintura di protezione coerente e omogenea per sottrarla all’influenza dell’Urss. Non volevano preservare le identità nazionali degli europei occidentali, ma esclusivamente proteggere la propria. Per ragioni di efficienza contro i sovietici scelsero Walter Hallstein come primo presidente della CECA. Ebbene, Wallstein era lo stratega che ideò il piano nazista di occupazione dell’Europa occidentale: la saccheggiò per finanziare la guerra di sterminio nell’Est. Le aristocrazie europee sostennero questo piano anglosassone non per paura dei massacri perpetrati dai bolscevichi, ma per timore dell’avanzata del comunismo che minacciava i loro privilegi.
È esattamente ciò che sta accadendo oggi: gli Stati occidentali finanziano l’espansione della Germania nell’Europa centrale e orientale. È nel DNA della Ue. L’abbiamo visto, per esempio, quando la Germania ha imposto la propria politica energetica ai partner. O ancora, quando è stato firmato l’accordo di libero scambio con il Mercosur a scapito degli agricoltori francesi e italiani. Di nuovo le classi superiori della Ue sostengono questa evoluzione come unico mezzo per preservare i propri privilegi.
Contrariamente a quanto ci è stato fatto credere, non è mai esistita una struttura favorevole alla cooperazione tra tutti gli Stati europei. La CECA, le Comunità europee e l’Ue non hanno mai voluto unire gli europei nel rispetto della loro diversità, ma fonderli in un unico impero. È questo il progetto che continua sulla scia del passato. Una soluzione inevitabile. La burocrazia europea ha sempre ragionato in questo modo e non è in grado di adattarsi alla nuova situazione.
JD Vance aveva ragione affermando che il pericolo «è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America». Nessuno può farci nulla. I nostri politici e alti funzionari sono stati educati così. Non sanno fare altro. Il futuro dell’Unione Europea, ammesso ne abbia uno, può passare solo attraverso il licenziamento di tutti i suoi responsabili.
Un esempio di ciò che ci aspetta è la crisi groenlandese. Gli Stati Uniti, rispolverando una vecchissima rivendicazione, chiedono di annettere questo territorio inuit (Kalaallit Nunaat), situato sulla piattaforma continentale americana, non su quella europea. Pensando di poterlo acquistare avanzarono la loro offerta già nel 1867, poi nel 1910, nel 1946, nel 1955, nel 2019 e, da ultimo, nel 2025. Non per le ragioni avanzate dal presidente Trump: le terre rare che potranno essere sfruttate in quell’area e l’apertura delle rotte marittime dell’Artico.
Da giugno questo territorio è protetto dal Northern Command (NorthCom) e non più dall’European Command (EuCom). Quindi era e rimane sotto la protezione militare degli Stati Uniti d’America, che vi hanno illegalmente collocato armi atomiche, in virtù di un tacito accordo segreto con la Danimarca e in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare. La vicenda è stata resa nota solo nel 1995, nell’ambito dell’inchiesta sul bombardiere strategico statunitense che nel 1968, mentre partecipava a un’operazione di routine durante la guerra fredda, si schiantò accidentalmente vicino a Thule, contaminando la regione con una nube di uranio arricchito.
Gli europei occidentali hanno reagito alle rivendicazioni statunitensi da colonialisti inveterati. Germania, Danimarca, Spagna, Francia, Italia, Polonia e Regno Unito il 6 gennaio hanno dichiarato: «La Groenlandia appartiene al suo popolo, spetta alla Danimarca e ai groenlandesi, e solo a loro, decidere sulle questioni riguardanti la Danimarca e la Groenlandia.» Ma bisogna decidere: questo territorio appartiene ai groenlandesi o ai danesi? Ai groenlandesi, ovviamente, che hanno diritto all’autodeterminazione; non appartiene ai coloni danesi.
Da allora, i colonialisti europei hanno inviato sul posto un centinaio di soldati, ovvero più o meno quanti presidiano la guarnigione statunitense della base aerea e spaziale di Pituffik. Alla fine, al di là delle spacconate, la crisi è stata risolta a Davos. Non da uno Stato europeo ma dalla Nato. Per quanto ne sappiamo, gli Stati Uniti hanno cominciato a riattivare le basi militari che avevano in Groenlandia durante la guerra fredda, dove ricollocheranno truppe della Nato: la Groenlandia sarà protetta da soldati europei, pagati dagli europei, ma posti sotto il comando di ufficiali statunitensi.
L’Ue sta discutendo dei mezzi che intende dispiegare per garantire la propria sicurezza senza gli Stati Uniti. Se sarà la burocrazia europea a occuparsene, finirà come sempre. Un esempio: Andrius Kubilius, commissario europeo per lo Spazio, durante la 18^ Conferenza sullo spazio europeo, tenutasi a Bruxelles il 27 gennaio, ha annunciato che l’Ue lancerà a proprie spese satelliti di osservazione per garantire la sua difesa. Ma saranno gli Stati Uniti a raccogliere e sintetizzare i dati. Gli europei non saranno più indipendenti di quanto lo siano oggi. Però s’indebiteranno sempre di più e produrranno sempre meno.










