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E Dopo L’Ucraina, L’Iran? Di Thierry Meyssan

L’attacco all’Iran ipotizzato dai sionisti si complica

Il 12 marzo Anwar Garagash era a Teheran per recapitare una lettera di Donald Trump alla Repubblica islamica d’Iran.

A Teheran gli iraniani si chiedono angosciati se, dopo essere stati economicamente annientati e ridotti a non potersi più difendere, verranno bombardati dagli israeliani e dagli americani. In questa situazione conviene negoziare con l’enigmatico presidente Trump?

Il 2 marzo 2025 il Majilis (parlamento iraniano) ha sfiduciato il ministro dell’Economia e delle Finanze, Abdolnaser Hemmati, per come ha affrontato il blocco economico occidentale e la crisi economica che ne è conseguita. Lo stesso giorno il suo amico Mohammad Javad Zarif, ex negoziatore dell’Accordo sul Nucleare (JCPoA) e attuale vicepresidente, si è dimesso.

Il 7 marzo il presidente Trump ha rivelato di aver inviato una lettera all’Iran. La stampa internazionale ha riferito che la missiva era stata consegnata il giorno stesso al ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, da Sergei Riabkov, viceministro degli Esteri russo. Nourrnews ha invece rivelato che la Russia si è rifiutata di fare da intermediario. Secondo Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, la lettera di Trump è stata consegnata il 12 marzo da Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Sia come sia, ancor prima di leggere la lettera di Trump, la Guida della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato: «Che interesse abbiamo a negoziare quando sappiamo che non onorerà gli impegni? Ci siamo seduti allo stesso tavolo e abbiamo negoziato per anni, e una volta l’accordo completato, finalizzato e firmato, [Trump] ha ribaltato il tavolo e lo ha stracciato».

Mohammad Javad Zarif e il segretario di Stato John Kerry per le strade di Ginevra durante i negoziati per il JCPoA.

Il bilancio negativo dell’Accordo JCPoA Nel 2013 l’Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania (i cosiddetti 5+1) negoziavano a Ginevra un accordo generale sul nucleare iraniano. Il risultato è stato l’arresto temporaneo del programma nucleare di Teheran e la parziale revoca delle misure coercitive unilaterali nonché delle sanzioni economiche contro l’Iran del Consiglio di sicurezza. I negoziati del 5+1 s’interruppero, ma i colloqui diretti tra Iran e Stati Uniti proseguirono in segreto. I negoziati si riaprirono nel 2015, a Losanna. L’accordo pubblico, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPoA), fu firmato a Vienna, più o meno negli stessi termini della bozza elaborata due anni prima.

Con il JCPoA gli Stati Uniti riconoscevano il diritto della Repubblica Islamica di sviluppare il programma nucleare civile; in cambio l’Iran si impegnava a consentire all’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) di verificare che non venisse parallelamente sviluppato il programma nucleare militare. A questo scopo l’Iran si impegnava a non avere più di 5.060 centrifughe, a non arricchire l’uranio oltre il 3,67% nonché a limitare la produzione di plutonio.

Francia e Regno Unito si dichiararono soddisfatti, ma il negoziatore francese, il sayan [1] Laurent Fabius, ammise di aver via via informato dell’andamento dei negoziati il primo ministro israeliano, l’amico Benjamin Netanyahu, all’insaputa degli altri diplomatici.

La Russia e la Cina uscirono dalle discussioni con la convinzione, del resto confermata dalle verifiche in loco, che l’Iran avesse chiuso il programma nucleare militare nel 1988, in ottemperanza a una fatwa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, e non l’avesse più ripreso [2].

Il 30 aprile 2018 Benjamin Netanyahu presenta i 100 mila documenti sottratti a Teheran dal Mossad. Secondo il primo ministro israeliano, questi atti provano che l’Iran ha mentito e prepara una bomba atomica per sterminare la popolazione dello Stato ebraico.

Il 30 aprile 2018 Netanyahu rendeva pubblici i 100 mila documenti relativi al progetto AMAD, rubati dal Mossad negli archivi di Teheran, e spiegava che, in nome del principio islamico della taqiyya (dissimulazione della fede, ammessa in caso di grave pericolo della legge sacra, ndt), l’Iran aveva mentito: aveva infatti sviluppato dal 1989 al 2003 un programma nucleare militare sotto la direzione del fisico Mohsen Jakhrizadeh.

Una settimana dopo, l’8 maggio 2018, il presidente Trump annunciava il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo firmato a Vienna dall’amministrazione Obama. Le misure coercitive unilaterali occidentali, mai cessate, vennero rafforzate.

Secondo l’ex presidente iraniano Hassan Rohani, «da allora l’Iran ha perso cento miliardi di dollari l’anno». In base a questo calcolo, il ritiro degli Stati Uniti dallo JPCoA in sei anni e mezzo è costato all’Iran 650 miliardi di dollari.

Gli esperti nucleari, che hanno studiato i documenti iraniani rubati da Israele, affermeranno in seguito che a mentire non è stato l’Iran, bensì Israele. L’unica sezione del progetto AMAD che potrebbe essere collegata alla fabbricazione della bomba atomica è la costruzione di un generatore di onde d’urto, necessario anche per un detonatore di bomba atomica [3].

In seguito al ritiro degli Usa, l’Iran si è a sua volta ritirato dal JCPoA e dagli accordi segreti stipulati con gli Stati Uniti. Nell’ultimo trimestre 2024 le sue scorte di uranio arricchito sono arrivate a 182 chilogrammi.

Nel 2020 Israele ha ucciso, a Teheran, Mohsen Fakhrizadeh.

Il 14 marzo la Cina ha organizzato un incontro tra la Russia e l’Iran. Beijing ha inteso così manifestare il proprio sostegno alla posizione dei due Paesi.

Verso nuovi negoziati Alle domande della stampa iraniana su possibili contatti attraverso l’Oman, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto: «Non è un metodo inusuale, è già accaduto in diverse occasioni: un negoziato indiretto è fattibile… Ciò che conta è la volontà di raggiungere un accordo giusto ed equo, basato su una condizione di parità tra Stati. La forma dei negoziati è irrilevante».

Il 12 marzo, ovvero il giorno stesso della consegna della lettera del presidente Trump, Francia, Grecia, Panama, Corea del Sud, Regno Unito…e Stati Uniti hanno convocato una riunione a porte chiuse del Consiglio di sicurezza per discutere la persistente mancata adesione dell’Iran alle richieste di informazioni dell’AIEA.

Il giorno succiso, il 13 marzo, Mohammad Hassan-Nejad Pirkouhi, direttore generale del settore Pace e Sicurezza internazionali del ministero iraniano degli Esteri, ha lamentato con gli ambasciatori di Stati Uniti, Francia e Regno Unito la convocazione «irresponsabile e provocatoria» del Consiglio di Sicurezza, effettuata grazie a un abuso dei meccanismi delle Nazioni Unite. Ha sottolineato che sebbene l’Iran non rispetti più l’impegno di non arricchire l’uranio oltre il 3,67%, continua tuttavia a rispettare gli impegni del JCPoA nei confronti degli ispettori dell’AIEA e ad adempiere agli obblighi previsti dal Trattato sulla non-proliferazione delle armi nucleari (TNP).

Il Regno Unito ha affermato di essere pronto, al più tardi per il 18 ottobre, al ripristino delle sanzioni dell’Onu se l’Iran non rallenterà l’arricchimento dell’uranio. Le sanzioni non sono state infatti abrogate, ma solo sospese.

Il 14 marzo il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, e quello iraniano, Kazem Gharibabadi, sono stati ricevuti a Beijing dall’omologo cinese, Ma Zhaoxu. Quest’ultimo ha sottolineato che «le parti interessate dovrebbero impegnarsi ad affrontare le cause alla radice dell’attuale situazione e ad abbandonare sanzioni, pressioni e minacce di uso della forza». In una conferenza stampa, Gharibabadi ha dichiarato che «tutti i negoziati e le discussioni verteranno esclusivamente sulla questione nucleare e sull’abolizione delle sanzioni». L’ex negoziatore del JCPoA ha dal canto suo dichiarato alla BBC che «i negoziati non dovrebbero includere il programma di missili dell’Iran o la sua influenza regionale. Aggiungere questi temi complicherebbe il processo e lo renderebbe ingestibile». Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha dichiarato alla stampa che l’aggiunta di condizioni supplementari condannerebbe i negoziati al fallimento. Infine Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha dichiarato: «Nell’attuale difficile situazione invitiamo tutte le parti a mantenere la calma e la moderazione per evitare un’escalation della situazione nucleare iraniana che inevitabilmente porterebbe allo scontro e al conflitto».

Nel frattempo i ministri degli Esteri del G7, riuniti a La Malbaie (Canada), discutevano delle detenzioni arbitrarie in Iran e dei tentativi di assassinio perpetrati dai servizi segreti iraniani all’estero.

Il 15 marzo l’ex presidente iraniano Hassan Rohani ha sottolineato che la Guida Ali Khamenei «non si oppone in modo assoluto ai negoziati». Ha continuato: «Non abbiamo forse negoziato con gli Stati Uniti sull’Iraq, sull’Afganistan e sull’accordo per il nucleare? Anche allora, quando ero segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale, la Guida scrisse che i negoziati dovevano attenersi a certi principi».

Dal Dipartimento di Stato, dove è incaricato per il Venezuela, Elliott Abrams, che ha unito straussiani e sionisti in seno alla Vandenberg Coalition, gioca a favore di un attacco all’Iran.

La posta in gioco dei nuovi negoziati Se nuovi negoziati avessero luogo (ed è probabile che siano già iniziati), la pacificazione delle relazioni tra Stati Uniti e Iran metterebbe nuovamente a soqquadro il Medio Oriente Allargato.

Dopo la sconfitta in Palestina, Libano e Siria, l’unica zona d’influenza militare che resta a Teheran è lo Yemen. Il Paese, messo in ginocchio dalle misure coercitive unilaterali occidentali, è sull’orlo della carestia, come già l’Iraq prima del rovesciamento di Saddam Hussein nel 2002 e la Siria prima del rovesciamento di Bashar al-Assad nel 2024. Né resisterebbe a un’invasione di terra.

Poiché la natura aborre il vuoto, Israele e Turchia stanno tentando di spartirsi le rovine della regione. In Turchia, la pacificazione interna della questione kurda delegittima la posizione dei mercenari kurdi dello pseudo-Stato del Rojava in Siria, e li rende disponibili per un’eventuale invasione di terra dell’Iran per conto di Israele.

Dietro le quinte, il personaggio che ispira Benjamin Netanyahu, Elliott Abrams [4], sta facendo il possibile per mettere il presidente Trump contro Teheran [5].

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