Appello per la messa in latino

L’APPELLO

«Sì alla liturgia in latino». E i politici si dividono

di Gianna Fregonara

Un intellettuale laico come il poeta Guido Ceronetti ne ha fatto una sua battaglia sin da dopo il Concilio Vaticano II: ritornare alla messa in latino, quella con il rito tridentino introdotta da San Pio V e dichiarata superata da Paolo VI. «La messa è quella e basta», spiega secco Ceronetti che, alla vigilia dell’ultimo Conclave, scrisse una lettera aperta al Papa per chiedere che fosse «tolto il sinistro bavaglio soffocatore della voce latina della messa». Oggi spera che sia vicino il momento, con il pontificato di Benedetto XVI, di vedere risolta «una questione che mi sta molto a cuore e per diverse ragioni». Per queste «diverse ragioni», che vanno dal recupero delle radici culturali alle questioni liturgiche che le traduzioni hanno sollevato nel tempo, Ceronetti ha firmato l’appello pubblicato (non a caso anche in traduzione latina) venerdì scorso dal Foglio in contemporanea con Le Figaro: tra gli autori

dell’appello per il ritorno alla tradizione, titolato dal giornale di Giuliano Ferrara «Venite missa rediit», ci sono l’ accademico di Francia René Girard, Antonio Socci, Vittorio Strada e Franco Zeffirelli. In Francia i vescovi sono contrari a riaprire il capitolo (e le ferite) del rito tridentino. In Italia la questione è meno spinosa. E infatti l’appello non dispiace a Giulio Andreotti, che però ne vede i limiti, molti pratici. Uno per tutti, «in queste cose non si può tornare indietro. Ormai la lingua franca della Chiesa non è più il latino». E infatti, ricorda il senatore a vita, tre anni fa durante il sinodo un vescovo parlò in latino gettando nello scompiglio l’organizzazione perché non c’erano interpreti simultanei in grado di lavorare. Si trovò la soluzione facendo tradurre da un altro vescovo dal latino in spagnolo. Nell’ultimo conclave, continua Andreotti, «mi hanno raccontato che si è molto parlato italiano, visto che ormai quasi tutti i cardinali conoscono un po’ la nostra lingua». Il senatore dell’Udc Francesco D’ Onofrio, capogruppo a Palazzo Madama, spiega che lui non ha cambiato idea: «Ai tempi del Vaticano II come giovane intellettuale cattolico ero a favore dell’introduzione delle lingue nazionali: il linguaggio fa parte del messaggio e ormai il latino sarebbe poco comprensibile, renderebbe remoto anche il contenuto del Vangelo». Per D’Onofrio dunque meglio lasciare alle conferenze episcopali nazionali, alla Chiesa del luogo, la scelta del linguaggio e della divulgazione del Vangelo, che invece la reintroduzione del rito preconciliare renderebbe più ingessata, scelta a Roma per tutti senza lasciare libertà e facoltà ai vescovi. Molto critico con l’appello del Foglio è invece Gerardo Bianco. Ex ministro ed ex segretario del partito popolare, Bianco, che è stato professore di storia della letteratura latina all’Università di Parma, invita a «non confondere i due piani: un conto è la diffusione della conoscenza del latino nella cultura italiana, altro è il problema liturgico. La Chiesa ha un problema di unità della liturgia, non si può ridurre il tutto a un’operazione linguistica». E dunque l’approccio di Ceronetti, Socci e Zeffirelli per Bianco «è inadeguato», almeno così come pubblicato nel loro appello di venerdì scorso: «È apprezzabile che ci siano intellettuali che si occupano di fare una battaglia per il latino, ma comincerei dalla formazione scolastica, non dalla messa».

(Dal Corriere della Sera, 18/12/2006).

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