Anglosfera in declino

Imperi in Declino

Il dominio anglofono? Ha i giorni contati

di Niall Ferguson

Stavo per augurarvi Buon Anno, ma poi ho deciso di non scomodarmi. Per gran parte della popolazione mondiale, infatti, il nuovo anno non inizia il primo gennaio. Per quel che riguarda il miliardo e più di musulmani, Capodanno cade il primo giorno di Muharram, cioè il primo mese del calendario lunare Hijri, che prende inizio dalla fuga di Maometto dalla Mecca a Medina. Il nuovo anno 1428 pertanto non avrà inizio fino al 20 gennaio. Per il miliardo e passa di cinesi (molti di più se si tiene conto di quelli che vivono fuori dalla Repubblica popolare), il nuovo anno inizia di solito il primo giorno della seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno. Solo il 18 febbraio arriverà l’Anno del Maiale a prendere il testimone dall’Anno del Cane. E così abbiamo già il 40% della popolazione mondiale che il 31 dicembre non ha dato l’addio all’anno vecchio. In una piccola parte del mondo questo addio viene dato cantando l’Auld Lang Syne, una melodia in antico scozzese «in ricordo del passato». E’ una tradizione tipica dei Paesi di lingua inglese, quei luoghi che lo scrittore americano James C. Bennett ha definito «anglosfera». E’ opportuno soffermarsi su questo concetto all’alba del nuovo anno. Bennett definisce «anglosfera» quella «civiltà interconnessa» i cui «punti nodali» sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma che si estende anche alle «regioni anglofone di Canada, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda e Sud Africa». Bennett ammette inoltre, come membri onorari, la popolazione di lingua inglese di Caraibi, Oceania, Africa e India. Lo storico Andrew Roberts, invece, considera solo Australia, Canada, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti la patria dei veri «popoli anglofoni» (nel suo libro dal medesimo titolo), rigettando gli irlandesi nell’oscurità per il loro ruolo neutrale nella Seconda guerra mondiale e preferendo ignorare tutti gli altri. Forse sarebbe più esatto parlare di anglo-diaspora piuttosto che di anglosfera. Più di tre secoli di commerci, conquiste, migrazioni e spedizioni missionarie da parte degli abitanti delle Isole Britanniche hanno toccato quasi tutte le terre del pianeta. Il punto chiave, tuttavia, è che la gloria di questa anglo-diaspora giace ormai «nel passato». Sarebbe ottimistico pensare, con Bennett e Roberts, che esiste ancora un futuro per la sua cultura specifica (a differenza della sua lingua conveniente e flessibile). Ma ne dubito. La demografia non sempre coincide con il destino, ma per i popoli di lingua inglese sembrerebbe proprio di sì. Al loro apice negli anni Cinquanta, anche ricorrendo alla definizione restrittiva di Roberts, una persona su undici in tutta l’umanità apparteneva a questa categoria. Oggi la cifra si aggira su uno su quindici. Nel 2050 scenderà forse fino a uno su diciassette. Inoltre, tali calcoli hanno lasciato fuori gli effetti dirompenti dell’immigrazione verso la Gran Bretagna e le sue antiche colonie. Se i flussi migratori continueranno ai livelli attuali, secondo una recente stima la percentuale della popolazione immigrata o di origine straniera in Gran Bretagna salirà dal 10% di oggi fino a superare il 20% nel 2050. L’ufficio del censimento americano non dà la possibilità di appurare quanti cittadini americani sono di origine britannica, ma sappiamo che per il 2050 la percentuale di bianchi non ispanici nella popolazione scenderà dal 70 al 50%. Nel 1947, quasi il 90% della popolazione dell’Australia si definiva «angloceltica» (ovvero di origine inglese, irlandese o scozzese). Oggi quella cifra è il 70% e per il 2025 potrebbe scendere fino al 62. La situazione è simile in Nuova Zelanda, dove si prevede che il numero di «europei» scenderà dal 79% attuale al 72 entro il 2016. E in Canada la percentuale di popolazione che si identifica con una «minoranza visibile» crescerà dal 13% odierno fino al 19-23%per il 2017. C’ è chi si rattrista di questa realtà, come c’ è chi ha nostalgia del tempo in cui gli anglofoni dominavano il mondo. Ma lo studio della storia mi ha reso fatalista. Ai miei occhi, l’anglosfera e l’ anglo-diaspora assomigliano alle rovine di Ninive e di Tiro: artefatti esposti nel grande Museo degli Imperi Sepolti. E’ stato con questo spirito di grande solennità che mi sono unito al coro il 31 dicembre. Sì, alziamo i calici «in ricordo del passato» per il nuovo anno, perché al passato appartengono gli anni migliori di noi anglofoni.

(Traduzione di Rita Baldassarre). (Dal Corriere della Sera, 10/1/2007).

[addsig]

Lascia un commento

0:00
0:00