Politica e lingue

Angloridicoli

La Destra che Guarda al Futuro Parla soltanto in Inglese

di Giovanni Belardelli

La fondazione Farefuturo sta diffondendo in questi giorni l’invito alla presentazione a Roma, martedì prossimo, dell’ultimo numero della sua rivista Charta minuta. Ma la cosa che appare davvero bizzarra è che tale invito sia scritto in inglese. Si compone infatti soltanto di due scritte: «change the right» (era troppo complicato scrivere «cambiare la destra»?) e un misteriosissimo «coffee for Italy». Potremmo liquidare il tutto come una riproposizione dell’anglofilia bipartisan (si pensi al nome della televisione del Pd: youdem.tv) che caratterizza la nostra classe politica e appare direttamente proporzionale alla scarsa conoscenza della lingua inglese di cui (quasi) tutti i suoi esponenti danno prova. Ma è anche significativo che a mostrare una simile anglofilia sia in questo caso una fondazione che si colloca nell’ambito della destra. Il piccolo episodio conferma infatti un carattere strutturale del centrodestra italiano, che lo distingue da ciò che generalmente qualifica la destra politica: mi riferisco al suo evanescente rapporto con ciò che ha a che fare con la tradizione storico-culturale del Paese. Questo debole rapporto appartiene fin dall’inizio alla storia politica di Berlusconi, il cui successo – nonostante il nome del partito da lui fondato (Forza Italia) e qualche estemporaneo riferimento a De Gasperi – è rimasto sempre legato all’immagine di uomo nuovo, esponente di una modernità peculiarmente non-nazionale come quella di cui sono portatrici le tv commerciali e la pubblicità. Ma una difficoltà a intrattenere un rapporto significativo con la storia e la cultura italiane sembrano averlo anche quanti, nel centrodestra, provengono dall’Msi: la necessità di troncare i loro legami con un passato del tutto improponibile (quello del Ventennio) li ha indotti, dalla nascita di An in poi, a non andare oltre qualche generico richiamo all’identità nazionale o al tricolore. Ecco così che alla fondazione Farefuturo nessuno deve aver percepito la stranezza di redigere un invito, e proprio nel 150° anniversario dell’Unità, in cui il nome del nostro Paese compare ma rigorosamente in inglese: come Italy, appunto.
(Dal Corriere della Sera, 25/6/2011).

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