Politica e lingue

Andrea Zanzotto

Il tempo, o come lo chiamava lui nella sua ultima raccolta “Conglomerati” (2009), “l’usuraio atroce”, gli ha concesso solo otto giorni, dopo la festa del novantesimo compleanno; Andrea Zanzotto se n’è andato ieri mattina, dopo un brevissimo ricovero nell’ospedale di Conegliano, non distante dalla sua Pieve di Soligo… Ottenuta l’abilitazione, insegnò nel 1949 – 50 al liceo Flaminio di Vittorio Veneto. Intanto, presentò le sue poesie scritte dal 1940 al ’48, che vinse la sezione inediti dal premio San Babila: in giuria Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sinisgalli e Sereni.
Queste poesie, pubblicate col titolo “Dietro il paesaggio”, lo segnalarono all’attenzione dei critici e lo convinsero a insistere, alternando la pratica poetica e quella di insegnante.
Affina così il suo linguaggio, difficilmente comparabile a quello dei colleghi, inquadrati in movimenti e tendenze: la sua è una lingua composita, che dal petèl (linguaggio dei bambini del trevigiano) si consolida in un convinto tentativo di svuotamento del significato delle parole, con audaci inserimenti di provenienza alta e bassa, mettendo insieme citazioni psicoanalitiche lacaniane e slogan pubblicitari. Ma questo non a discapito delle regole della poesia…
(Da “Addio Zanzotto, l’Italia perde l’ultimo dei grandi poeti”, di Giovanni Nardi, La Nazione, 19/10/2011).

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