A Firenze e Torino nelle moschee sermoni anche in italiano contro i predicatori della violenza.

Sermoni in italiano nelle moschee contro i predicatori della violenza.

L’Ucoii firma un accordo con le città di Firenze e Torino per rendere più trasparenti i discorsi che gli imam rivolgono alle comunità: “Nulla da nascondere”.

di Vladimiro Polchi.

«Chi predica nelle nostre moschee deve farlo anche in italiano. È arrivato il tempo della trasparenza». Nelle parole di Izzedin Elzir, c’è la fotografia dì una “svolta”: i duri dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia) firmano un «patto di cittadinanza» con i sindaci di Firenze e Torino. «Sermoni in italiano – promette l’imam fiorentino – contro i predicatori d’odio». Chi sono oggi i “musulmani d’Italia”? A mappare la complessa galassia dell’islam è un recente studio interno del Viminale. «La presenza islamica nel nostro Paese – si legge – ammonta a circa 1.613.000 unità, pari al 32,2% del totale degli stranieri». Non solo. «In Italia sono presenti più di 700 luoghi di culto islamici, ma non tutti possono qualificarsi come moschee. Le moschee vere e proprie oggi sono poche: quelle di Roma, Segrate, Ravenna, Colle di Val d’Elsa, Palermo e Catania». Tra le varie organizzazioni islamiche censite, l’Ucoii, originariamente vicina ai Fratelli musulmani, «rappresenta sicuramente un punto di riferimento importante, essendo la più diffusa e radicata organizzazione islamica italiana». «Oggi – sostiene il presidente, Izzedin Elzir – alla nostra comunità fanno capo ben 163 moschee e sale di preghiera in tutta Italia». Sarà proprio lui, Izzedin, a firmare domani il “patto di cittadinanza” a Firenze e Torino, a cui seguiranno presto altre città. Cosa cambia? Se è vero che già oggi molti imani leggono il Corano anche in italiano, per la prima volta si firma un impegno tra comunità islamiche e istituzioni locali. Insomma, non ci si affiderà più alla buona volontà del singolo predicatore, ma lo si obbligherà alla traduzione. «La recita rituale del Corano in arabo durante la preghiera – spiega Izzedin – è un elemento fondante dell’adorazione di Allah, dunque insostituibile. Tuttavia da secoli è autorizzata la traduzione, così anche i non arabi possono comprenderne il senso. Molti
imani dell’Ucoii da oltre vent`anni già tengono il sermone nelle due lingue». Ora lo dovranno fare tutti. Non sarà un risultato immediato, «gli imani seguiranno corsi di italiano e all’inizio saranno assistiti da traduttori, così durante il sermone del venerdì non solo le parole del predicatore, ma anche i versetti del Corano verranno letti in arabo e italiano». Non è tutto: con la firma del patto, i musulmani si impegnano al rispetto dei valori della Costituzione e all’apertura di bacheche nelle varie moschee dove raccontare e spiegare tutte le iniziative della comunità. «Vogliamo garantire trasparenza e tranquillizzare i nostri concittadini – afferma il presidente dell’Ucoii – per far capire a tutti che non abbiamo nulla da nascondere. Inoltre, il sermone in italiano è per noi anche una necessità pratica. Oggi infatti sempre più musulmani non sono arabofoni. Mi riferisco ai fratelli albanesi, senegalesi, pachistani, bangladesi e, naturalmente, agli italiani convertiti. Ci unisce a tutti la lingua del Paese in cui viviamo».
(Da La Repubblica, 7/2/2016).

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